Tag Archives: strada

le cuffie nelle orecchie e quel certo sguardo

1 Feb

In questo periodo ci sono quelle giornate in cui il sole, nel suo pallore, sembra comunque accarezzare più allegramente le cose.
Ti dà una spinta per uscire a cercare te stesso. In una corsa, in un libro, in una pagina da scrivere.
A volte la musica è sconsigliata, ma metti lo stesso le cuffie e ti immergi in un mondo che si muove al rallentatore. Le chitarre nelle orecchie ti trascinano giù, così ti concentri sul tuo respiro, provi a calmarlo.
Le foglie cercano di danzare per te. Vuoi restare aggrappato alla tua malinconia, ma poi ti concedi di danzare con loro.
Molte cose non sono semplici, ma non sono nemmeno difficili.
Ti concedi di respirare, e osservare ciò che ti circonda, valorizzandolo ai tuoi occhi.
E così il tuo sguardo incrocia quello di un’altra persona; anche lei con le cuffie nelle orecchie e quel certo sguardo.
Non sei più solo.

microfono

1 Feb

Guardi i rami scorrere fuori dal finestrino. Sembrano chiedere aiuto al cielo, con quelle dita così secche… Ma scorrono. Neanche il tempo di immaginare le loro vite.
Gli alberi stanno sempre lì.
La tua attenzione si sposta poi alla luna, che sembra deriderti.
Torni con la mente dentro alla macchina. Che canzone c’è alla radio? Questi sedili in pelle devono essere così rumorosi? Quanto manca all’arrivo?
L’autista cerca di attaccare un po’ bottone. Gli stronchi ogni speranza a monosillabi.
I pensieri tornano a viaggiare fuori dal finestrino, nel buio.

Scendi dalla macchina, sul retro degli studi. Ci sono persone sorridenti ad accoglierti. Ricambi i sorrisi senza approfondirli.
Ti accompagnano in camerino, dove costumiste e truccatrici ti riempiono di complimenti. Ringrazi.
E non hai ancora fatto niente.
Ti vestono, ti truccano, ti parlano, ti accompagnano, ti raccontano, ti intrattengono senza riuscire a imbrigliare i tuoi pensieri, che sono ancora su quei rami.
Arriva il tuo momento, ti caricano ed entri in scena sulla musica.
Vedi i volti delle prime file deformarsi dall’entusiasmo, gli applausi riempiono le tue orecchie, i tuoi occhi sono pieni di immagini che non vedi… Conosci la canzone, conosci le note: il tuo corpo si muove in automatico.
Primo ritornello, tutto il pubblico canta con te, più forte di te; lasci che le loro voci spingano il tuo corpo nella danza. La tua testa segue il tempo, a destra, poi a sinistra – eccolo! –, a destra e a sinistra, – eccolo di nuovo!
Continui la canzone, mentre i tuoi occhi cercano conferme di quel sorriso: è proprio lì, nella terza fila!
Sì, sono io.
Sono venuto a vederti. Sono venuto a cantare con te.
La tua mente torna qui, e ora.
Balliamo insieme.
Siamo solo tu e io.
Nelle note e nelle parole che abbiamo scritto insieme.
Secondo ritornello, senti solo la mia voce, la senti uscire dalle mie labbra. Mi accarezzi col tuo sorriso.
La band conclude il brano. Gli applausi ti investono, un disannuncio ti costringe a lasciare la scena, ma vorresti cantare ancora, ora sì che hai voglia di musica!
Tutti sono entusiasti dietro le quinte, e un’ondata di complimenti ti spinge di nuovo in macchina, in salvo da orde di fan esaltati.

Eccoti di nuovo in quelle serpeggianti strade.
Chissà quando ci rivedremo…
Nel buio i rami ti salutano. Sopra di loro la luna.
Le sorridi.
Ti sorride.
È per questo che hai iniziato a cantare.

l’ultimo

1 Gen

A quanto pare in questa giornata bisogna assolutamente fare qualcosa. Di speciale, di non ordinario… Tutti corrono, si sforzano di avere idee, riunire gente, non farla annoiare… e lenticchie. Molte lenticchie.
Gli esseri umani non aspettano altro che avere una scusa per fare festa tutti insieme. Ma quando devono fare festa si complicano tantissimo le cose, e sono molto più irritabili, e si odiano di più. Dunque gli esseri umani non aspettano altro che avere problemi.
Uno dei momenti in cui tutto questo raggiunge l’apice è quello che loro chiamano 31 dicembre. Per loro è come se finisse una loro vita e ne iniziasse un’altra.
Di fatto il sole tramonta e poi il sole sorge.
Eppure il 31 dicembre sono tutti indaffarati a correre, urlare, saltare, filosofeggiare, bere e provocare rumori forti.
Io vengo a prenderti come ogni sera. Mi piace quando il cielo comincia a spegnersi e si accendono le lucine qua attorno. Passo attraverso una rete, salgo su un muricciolo, ci cammino elegantemente in equilibrio, corro davanti a un cane che mi abbaia contro, attraverso velocissimo una strada, ed eccoti, seduta nel buio: solo due occhi che mi aspettano luccicanti.
Il paese sembra fermarsi, è tutto per noi.
Ci inseguiamo, ci annusiamo, ci nascondiamo per poi mostrare all’altro i tesori che abbiamo scoperto.
Vaghiamo per le strade come fossimo re. Ti dono il mondo.
Se per gli esseri umani questa è una notte tanto speciale, per quale motivo non dovrebbe esserlo per noi?
Ti faccio strada fino a un tetto che dà su tutti gli altri tetti. Il rosso contro il blu.
Ci sediamo accanto a un comignolo fumante.
Respiriamo un po’ di silenzio. I tetti e i tuoi occhi. Respiriamo un po’ di noi – e di quelli che potremmo essere.
Poi arriva il momento: il mondo sotto di noi esplode; le strade si riempiono di persone urlanti che si abbracciano, il silenzio si trasforma in colore e anche nel cielo si inseguono puntini di colore.
Hanno corso tutto il giorno per questo.
Poi si spegne.
I nostri musi si sfiorano.
Le nostre code si accarezzano.
Ci aspetta una grande giornata, in cui saziarci dei loro scarti.
Noi gatti ci accontentiamo di poco.

i will be there at your side to remind you

1 Dic

La gente passa, su qualunque mezzo, e prosegue dritta nella direzione della sua giornata. È un giorno qualsiasi. La nostra finestra dà su questa strada. Per chiunque una strada qualsiasi, per noi è diventato il mondo.
Sono anni che viviamo qui, e abbiamo visto accadere tutto tramite questa finestra.
Certo, prima uscivamo anche di casa e potevamo a volte stare pure dall’altro lato del vetro, o addirittura andarcene in altri scenari… Ma ora, a causa della nostra età, non riusciamo nemmeno ad andare in giardino. E la finestra è tutto ciò che ci rimane del mondo.
Passiamo le giornate regolati dal vecchio orologio… Tra i ricordi e le storie che ci inventiamo per veder viaggiare gli occhi dell’altro.
La giornata non è delle migliori: il cielo è praticamente bianco, e la luce è piatta sulle comparse del nostro teatro.
Ci preparo un tè.
La casa è silenziosa, si sente l’incedere dei secondi nel pendolo. La televisione non ci interessa.
Torno da te con un vassoietto ben composto: tazze fumanti, biscotti, miele e anche un fiore (ok, è di plastica, l’ho preso dal vaso di là in salotto… poi lo rimetto a posto…). Sorseggiamo tenendoci la mano mentre scende la sera.
Il cielo si spegne, le luci qua sotto si accendono. Noi aspettiamo ancora un po’ prima di premere l’interruttore: ci godiamo le ombre proiettate dal nostro spicchio di cielo.
Sorridiamo spesso, ma al tramonto ci prende un po’ di malinconia (anche se non ce lo ammettiamo troppo); saranno i ricordi di una lunga vita…
Un’altra giornata qualsiasi è giunta al termine sul nostro viale del tramonto.
Lo so, non è successo nulla di strabiliante, in apparenza, ma per me ciò che conta è poter essere ancora al tuo fianco, dopo tutto questo tempo, a dirti che anche queste mie parole sono cose per te.

balcone

1 Ott

Chissà com’è che a qualcuno è venuto in mente di costruire un balcone.
C’è la finestra, la si fa per far entrare la luce, cambiare l’aria… poi c’hanno messo anche un pezzo di pavimento pure al di fuori della finestra, sospeso lì.
Ci puoi guardare il mondo.
Le nonne lo fanno spesso.
Stanno lì, a fissare la strada, loro che l’hanno vista costruire e popolarsi, piano piano… Il cielo lo guardano meno, le nonne fissano la strada.
Io sul balcone invece guardo il cielo; della strada non me ne frega niente. Eppure se son su dovrei guardare giù… Così, un po’ pensando a questo, un po’ pensando alle nonne, provo a lasciare l’azzurro e le tegole in favore di un po’ di asfalto.
Gente che cammina.
Ricostruisco la vita di ognuno di loro.
Per fortuna c’è qualche bambino: loro sorprendono; hanno molte più azioni degli adulti: camminare, correre, saltare, fissare, piangere, urlare, volare… Insomma, tutte cose che potrebbe fare chiunque, solo che loro le fanno.
Mentre riscrivo i loro giochi, mi accorgo di non essere l’unico che li sta guardando: tra le prime foglie cadute, un paio di stivali. Non camminano. E non riesco a ricostruire la storia dei piedi che li calzano. Sembrano essere semplicemente apparsi lì all’improvviso, tra il giallo.
Faccio dialogare il colore delle foglie con quello degli abiti che ti sei messa sopra a quegli stivali.
Non ti conosco ancora, eppure hai la stessa musica dei bambini. Solo che tu sai anche suonarla.
E come un bambino sai anche volare, e voli al mio fianco, sul balcone, a fissare la strada unendola al cielo.