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Lavatrice

1 Lug

L’estate è un’eternità bambina. Oggi mi sono svegliato con questa frase in testa.
D’estate il tempo passa in un altro modo, tutto suo: il caldo lo scioglie e diventa melassa. Sembra rallentato, in realtà scivola, più veloce, velocissimo, e sono già trascorse mille estati.
E si è adulti. Adulti.
Pomeriggi lamentandosi di un sole cocente, sere profumati di fresco, notti con gli amici – di sempre o di un’estate – a teorizzare la vita fino all’alba. Le risate che chissàperchésirideva.
Il cuore è un lampione.
“Ci sono luoghi che ricorderò per tutta la vita anche se qualcuno è cambiato”.
Terra ocra, corse coi sandali, biglie di vetro. Botteghe di paese che non hanno fretta.
Nuove piazze e nuovi tetti.
Un vinile degli anni 30 suona in una finestra.
Campi di grano, campi di fiori, campi di girasoli.
L’autostrada. File di alberi.
I ricordi restano incastonati laggiù. Diapositive musicate.
«Andiamo a fare un giro?»
«Accendi la radio.»
«Cantiamo?»
«Andiamo a tuffarci.»
«Cosa leggi?»
«Sono belle le nuvole.»
«Sei bella tu.»
Viviamo in una lavatrice. Ma tu sai stendere al meglio i miei ricordi.
Ti meriti un ghiacciolo.

musicassetta

1 Feb

Ogni tanto cerco di fare un po’ di ordine. In casa come in testa.
Stavo spostando libri e scatole, ed è spuntata una musicassetta.
È di quelle vuote, da registrare, quindi forse c’è registrato qualcosa, ma è senza etichetta e non so cosa possa contenere.
Come faccio ad ascoltarla? Neanche in macchina ho più un mangianastri.
Me la rigiro un po’ fra le mani, e ripenso a quando avevo quindici anni di meno. Rivedo quel ragazzino tanto lontano da me. Mi ascolto cantare canzoni che mi fanno fantasticare emozioni che non conosco, e mi guardo sognare un futuro che non so nemmeno immaginare. Pettinature, felpe, colori, lacrime e batticuori. Soffrire per piccoli amori, così grandi da non stare in quel corpicino.
Le emozioni non ci stanno mai. Forse per questo traboccano in poesia.

Cerco tra le scatole: walkman. Ci sono anche le cuffie – con l’asticella di metallo.
Recupero le stilo.
Metto la cassetta.
Mi sdraio per terra.
Rew.
Play:
“…Ciao. Chissà se un giorno ti incontrerò… E chissà se ascolterai questa cassetta. Però sto tenendo questo diario per te, perché vorrei mi conoscessi anche come sono oggi, adolescente. Vorrei ci conoscessimo in ogni fase delle nostre vite. Perché ho tante cose da dirti, e tante cose che vorrei ascoltare da te, che una vita non basta. Oggi è una bella giornata… e lì, mentre mi ascolti, che giornata è? Sorridi? Siamo insieme? Stiamo sorridendo? Oggi, qui, ancora non ti conosco… ma so già che ci tengo molto ai tuoi sorrisi.
E questa canzone è per te…”

Rec

le canzoni la notte

1 Dic

Le file di lampioni.
Provi a ingannarti, ma tanto guida la radio.
Quindi chissenefrega, annega di parole.
E le strade sono di cani e gatti d’inchiostro.
Gli alluci tra le lenzuola indicano ciò che sappiamo davvero.
Una sincerità che sembra semplice e, proprio per questo, più complessa.
Ma tu non puoi capire, o non vuoi.
Scrivere come disegnare.
Spesso la notte è il momento giusto per ascoltare le parole che ti parlano. E fermare. Faccia a faccia. Per questo premi di più sull’acceleratore.
Ma tanto tutto è immobile, e si ripete sempre – per sempre.
Cos’è questa musica?
Non c’è la musica.
È nelle orecchie.
È il cuore.
È elettricità.
È inchiostro.
È niente.
È tutto.
È che dovresti essere qui, per dare un senso a queste parole.

quella macchina lì…

1 Mar

Non ho mai guardato le macchine. Non mi sono mai interessate, nemmeno all’asilo, quando tutti giocavano con le macchinine.
Per me la macchina è solo un mezzo che mi aiuta ad andare più velocemente da qua a là.
E sulle macchinine lo trovavo difficile.
Ma ora la tua macchina la riconoscerei ovunque.
E infatti la trovo davvero ovunque! (ma quanti modelli hanno venduto?)
Ogni volta che la vedo mi avvicino e cerco di scorgere i tuoi capelli appoggiati al sedile… Ma alla fine trovo quasi sempre ragazzi impegnati a scaccolarsi, o a telefonare, o a scaccolarsi col telefono…
Ci sono sempre due fasi quando vedo quella macchina lì: entusiasmo per la speranza, in cui il cuore comincia a battere forte, e poi delusione per il dispiacere di non trovare te che mi sorridi, in cui pure la radio passa canzoni tristi.
Un po’ come col Kinder Sorpresa, quando non trovavo il pupazzetto da collezione…
Poi sai che bello sarebbe ora che è notte… Sono qui che giro in macchina, al calduccio, mentre fuori fa freddo; i lampioni e i fari delle auto decorano il blu e il grigio regalando degli interessanti videoclip.
Mi fermo al semaforo.
Poco dopo, accanto a me si ferma quell’ennesima macchina lì, come la tua. Il finestrino che dà sul mio lato è appannato. Eppure alla guida c’è una sagoma di capelli che potrebbe corrispondere… La musica è alta e passa attraverso i vetri chiusi… Anche quello potrebbe corrispondere.
Scatta il verde e la macchina svolta. Mi guardo attorno: non c’è nessuno… ok, la seguo!
Anche da dietro, i capelli appoggiati al sedile sembrano proprio i tuoi…
Altro semaforo rosso.
Cerco di guardare nello specchietto retrovisore… Quegli occhi! Sei davvero finalmente tu?! A un certo punto incrociano il mio sguardo!
Verde e parti.
Preso alla sprovvista metto la prima e parto anch’io.
Cosa dovrei fare? Faccio i fari? Suono il clacson? Escluderei il tamponarti per mandarti fuori strada…
Mentre ti seguo e penso a tutte queste possibilità, tu metti una freccia a destra. Non c’è nessuna strada: accosti. Non so che altro fare, così accosto dietro di te.
Siamo fermi accanto alla strada, uno dietro l’altra, chiusi in due macchine diverse.
Cosa devo fare?
Suono il clacson?
Mi faccio coraggio e scendo. Cammino fino al tuo finestrino. Sei proprio tu.
Mi sorridi.
Apri la portiera e scendi dalla macchina.
Sei di fronte a me.
Sbatti lentamente le palpebre.
Mi abbracci. Mi accarezzi la testa e mi sussurri all’orecchio: “ciao”.
Non so cosa fare.
Suono il clacson.
Perché ho suonato il clacson?
Ancora.
Ma come ho fatto?
L’ennesimo suono del clacson mi sveglia.
Sono ancora al semaforo. È scattato il verde e le macchine dietro di me vorrebbero partire.
Metto la prima e mi avvio lungo la strada che mi fa incontrare diverse macchine come quella macchina lì…
Prima o poi dentro ci sarai davvero tu.

autostrade

9 Mag

La linea bianca sul grigio dell’asfalto…
Mi canto questo verso ogni volta che viaggio per un po’ in autostrada.
Ci sono vari momenti durante le giornate in cui mi capitano delle cose e, inevitabilmente, mi ritrovo a cantare certe parti di canzoni… sempre le stesse.
In autostrada è questa.
Ma poi mi interrompo: è di qualche anno fa… e certe canzoni mi danno troppa malinconia.
Accendo la radio.
Peggio.
Sono in viaggio da un po’. Sono partito all’improvviso, senza nemmeno parlarmene; sono salito in macchina che il sole stava tramontando, ora vedo solo i pallini rossi delle macchine davanti a me.
Ok, la radio ci azzecca sempre quando vuole dirti qualcosa… questa musica non la reggo da solo. Mi invento che devo fare benzina: autogrill.
Scendo dalla macchina, mi sgranchisco nell’oasi sempre ferma, ma la vedo, la radio, ancora lì dentro ad aspettarmi…
In autogrill succede sempre qualcosa da portarti dietro per un po’ di strada… Ma il sedile accanto al mio è vuoto.
E la radio infierisce.

Arrivo in una città che non conosco.
E che non conosci neanche tu.
Ma sei di passaggio qui.
E io dovevo parlarti di quelle canzoni.
Sms.
Sei sorpresa e felice.
Ci troviamo in una piazza che non conosciamo. Infatti non ci troviamo. Ma riconoscerei la tua figura tra mille: ti vedo passare mentre cerchi riparo dal vento e ti infili sotto i portici.
Ti seguo.
Ti guardi attorno, ma non mi trovi. Ti vedo frugare nella borsa e tirare fuori il telefono.
Una suoneria di sms ricevuto arriva da dietro di te; ti volti ed eccomi pronto ad accogliere quel tuo sorriso.
Mi abbracci. Forte. Non so quanto tempo passiamo così.

Riempiamo spazi con le nostre parole. Esploriamo pensando solo ad esplorarci.
Passeggiamo fino all’alba.
È sempre bello fare colazione insieme…
Tu devi ripartire.
E io mi ritrovo a cantarmi “la linea bianca sul grigio dell’asfalto…”.

parlami d’amore Mariù

4 Apr

Un tempo che non abbiamo mai vissuto. Se non nelle rovinate foto dei nostri nonni, in una semplice Italia.
Sembra incredibile, eppure i colori ci sono, non è tutto in bianco e nero.
La primavera germoglia sulle sponde del Tevere. Il baretto ha messo i tavoli fuori, sotto le piante.
Gli anziani si fanno un grappino e giocano a carte.
In famiglia siamo tanti, e i soldi non sono molti, ma voglio fare bella figura con te: ho messo la giacca elegante di papà; mi sta larga, e ha le spalle più grandi delle mie, che sono magrolino. Ho colto anche qualche fiorellino da un prato, perché mi hanno detto che quando ci si incontra con le ragazze si usa così.
Sono un po’ agitato, e giustifico a me stesso il sudore dando la colpa al sole che fa capolino tra le foglie.
Si alza un piccolo venticello, una carta da gioco cade dal tavolino, la seguo nel suo rotolare, fino a quando incontra delle scarpette azzurre. Il mio sguardo allora abbandona la carta in favore di caviglie sottili, un’ampia gonna a fiorellini, delle mani attente, un golfino leggero, delle spalle timide, un collo candido e un sorriso per me.
Il cuore fa un salto.
Per un attimo parlano solo le foglie e la luce.
Mi vedi che cerco di abbozzare un sorriso il più naturale possibile, poi metto insieme dei passi fino ad arrivare a te, e davanti al tuo viso spunta un mazzetto di fiori di campo. Sono colorati e profumano di sincerità. Li prendi e mi dai un bacio sulla guancia.
È il nostro primo appuntamento.
Ce ne saranno altri?
Chi se ne frega: oggi ti sono vicino, perché sospirar?
Ti prendo per mano e ti porto dentro al locale, dove è fresco e ancora più lento.
Faccio come se io sapessi quel che sto facendo e ordino due bicchieri per noi.
Intanto qualcuno accende la radio. La musica accarezza le orecchie di tutti noi al bar, colorandoci il pomeriggio, a ognuno con colori diversi. La voce che canta la riconosco: è quell’attore del cinematografo…
Senza rendermene conto ti sto stringendo la mano, e l’altra arriva alla tua schiena. Le nostre gambe si lasciano andare al ritmo del pianoforte.
Ora sorridiamo con naturalezza.
Mi faccio coraggio e incrocio il tuo sguardo, che è così vicino: gli occhi tuoi belli brillano.

 

Ora sono passati tanti anni.
Le mie spalle sono cresciute e riempiono le giacche.
Quei signori hanno smesso di giocare a carte.
Quel bar ha probabilmente chiuso.
Ma a me piace ancora mettere su quel disco, prendere la tua mano e ballare con te, sorridendoci: non era un’illusione, e sul tuo cuor mi hai permesso di non soffrire più.