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Polaroid

1 Dic

Qui stai passeggiando sotto la pioggia, nel parco. Bianco e nero.
Qui stai ascoltando un vinile. Jazz.
Qui stai stendendo un lenzuolo bianco per proiettarci sopra un vecchio film.
Qui stai scrivendo con la macchina da scrivere. Trasportata dal suono dei tasti e dalle fantasie fuori dalle finestre.
Qui stai provando a disegnare.
Qui stai leggendo una cosa buffa e sorridi.
Qui stai leggendo.
Qui stai sorridendo.
Qui stai mangiando una cosa che ti piace.
Qui sei sorpresa. Con gli occhi luminosi.
Qui stai saltellando.
Qui stai passeggiando in un museo.
Qui stai pensando, socchiudendo gli occhi.
Qui stai guardando in su.
Qui stai riposando.
Qui sei tu.

Ho scattato tutte queste fotografie dei momenti in cui ti darei un bacio.

per lo stesso motivo di una pioggia estiva, forse

1 Lug

Che strana cosa, la chimica. Al liceo la si studia, ma non ti spiegano che certe cose ti si muovono per caso e ti ritrovi cappottato.
Guardi una foto, leggi un nome, ricordi, immagini… e ti ritrovi che, chissà perché, il petto ti rimbomba nelle orecchie.
E perché, poi?
Per lo stesso motivo di una pioggia estiva, forse.
E infatti magari ti si inumidiscono anche gli occhi.
Fai finta di niente, e dai la colpa alla pioggia…
È strano come ci si avvicini, è strano come ci si unisca, è strano come ci si divida. Ed è ancora più strano quello che c’è dopo: non c’è niente, ed è ancor più presente di ogni altra cosa.
Verrebbe da smettere. Ma non si smette mai.
Non si può, perché una pioggia estiva arriverà sempre a rinfrescare.

alberi

1 Mar

Guardo le macchine passare.
Ogni tanto ai finestrini c’è qualcuno che guarda anche me.
Bambini perlopiù.

Sto immobile e guardo il susseguirsi delle stagioni.
Non posso muovermi: le mie radici sono qui. E di certo non sono famoso per i miei viaggi…
Il vento mi colpisce ma non ci do peso. Non mi interessa. Ne prendo atto, certo. Ma questa è la vita.
Come quando piove: guardo con stupore ogni goccia che mi colpisce, la guardo accarezzarmi e lasciarmi per cadere. E guardo evaporare ciò che ne resta su di me.
Rimango solo io.
Non è passività, o tristezza, bensì serena rassegnazione a ciò che è.
Anche le gocce sanno che dovranno cadere. Accettano e gioiscono del loro essere gocce.
Quanta gioia quando il sole sorge risvegliando tutto, e quanti pensieri quando se ne va spegnendo tutto.
Chiuso in me stesso, non mi è dato di condividere i miei pensieri.
Guardo tutto da qua. Guardo tutti da qua.
Tante vite scorrono senza saperlo. Non guardano, non badano.

Ripeto, non sono triste. Accetto.
Ok, sì, delle volte vorrei vedere anche solo cosa c’è al di là della collina. O scoprire com’è il mondo visto da laggiù.

Una ragazza, passando in macchina ha gettato un foglietto con scritto:
“Oggi ho scoperto che mi piacciono tantissimo gli alberi che si stagliano in cielo.
Anche quelli brutti e spogli.
(anzi, forse più di tutti mi piacciono proprio quelli brutti e spogli!)”.

Per fortuna ogni tanto i tuoi rami si intrecciano coi miei.

treni

26 Apr

Sono in ritardo – come al solito.

Corro tra un marciapiede e l’altro, con il sudore sulla fronte che si mescola alle gocce di pioggia.
La banchina accanto al tuo treno è ormai vuota. Ti cerco nelle figure che riempiono la stazione.
Non ti trovo.
Esco sull’altro lato della stazione.
Su un muretto delle gambe attendono in un modo che mi è familiare.
Siedi triste e non ti importa niente della pioggia: temevi non venissi.
Ti accorgi dei miei occhi.
Mi guardi, non ti muovi.
Ti guardo, continuo a camminare verso di te.
Seguo il filo che ci unisce fino a raggiungere il muretto. Mi siedo accanto a te.
Stiamo in silenzio.
Hai le dita aggrovigliate nei capelli bagnati.
Quelle dita che occupano ogni mio pensiero…
Non succede niente. Qui. Mentre lì la città continua a correre, la pioggia continua a scendere, i treni continuano a partire e i minuti a passare.
Faccio un profondo respiro, e il tuo profumo mi inonda le narici. (non lo ricordavo così dolce)
Ti abbraccio.
La pioggia mi aiuta a nascondere le lacrime.
Non so quanto tempo sia passato così.
Le uniche parole che ci scambiamo sono tue: “Parte il treno”.
Non vuoi che ti ci accompagni.
Ma lo faccio lo stesso.
Sali, e io resto a guardarti dal finestrino.
Ti guardo, non mi muovo.
Mi guardi, lacrime. Scendono dai tuoi occhi fino alle tue labbra, che mi chiamano.
Il capotreno fischia.
Ti lascio al finestrino e corro; mi infilo mentre le porte si stanno chiudendo. Il treno parte.
Ed eccomi dal tuo stesso lato del vetro.
Sul sedile accanto al tuo c’è una signora; mi ci siedo in braccio e questa volta ti parlo io: “ciao”. E ti bacio.
Ora le lacrime scendono dai tuoi occhi alle mie labbra.
Sono salate.
Ma dolce è il tuo profumo.

Non mi piace perdere treni.

pioggerella francese

14 Mar

Sai quel montaggio che si trova unicamente nei film francesi? Oggi ci muoviamo così.

Si parte inquadrando il cielo: è bianco; delle goccioline scheggiano verso la telecamera, che ruota verso il basso, schiavandole, e vediamo così che finiscono sulla tua faccia. Stai guardando in su, con la bocca aperta in un sorriso, mentre gli occhi cercano di stare aperti sotto i colpi dell’acqua sottile (i tuoi capelli hanno già ceduto all’assedio, e disegnano arabeschi labirinti sulle tue guance).
Stai lì da un po’, accanto a dei vecchi lampioni, su quei ciotoli francesi che rispondono ai tuoi passi con suoni per te nuovi. La pioggia ti ha colta di sorpresa, sei uscita senza ombrello, solo con la macchina fotografica. Ma non te ne penti: allarghi le braccia, e ascolti le gocce con la pelle.
Ti piace la pioggia in giornate spensierate, e ti piace la pioggia nei film francesi.
Senti le persone camminare più veloci, chiuse nei loro impermeabili seriosi, e le macchine saltare nelle pozzanghere, mentre tu stai lì, ferma a guardare il cielo, che guarda ciò che bagna.
Ti piace stare ferma mentre tutti corrono, ti piace stare ferma quando dovresti correre, ti piace fare l’opposto di ciò che dovrebbe essere fatto.
E infatti stai aspettando me, che sono la persona peggiore da avere accanto…
La colonna sonora che sta suonando nella tua testa viene interrotta da un aeroplanino di carta che ti sfiora il viso. Smetti di osservare le nuvole che si inseguono e segui il suo planare sul marciapiede, a pochi passi da te; resta lì, a farsi crivellare di colpi umidi, che lo schiacciano a terra e allargano l’inchiostro della scritta che porta al suo interno: “scusa il ritardo”.
Solo ora ti viene in mente di ripercorrere la traiettoria di quel volo fino alla sua origine: un altro tizio senza ombrello, seduto ai bordi di una fontana, che ti fa ciao con la mano.
Mi saltelli incontro sui ciotoli lucidi, sorridendomi.
Le mie labbra rispondono alle tue.
Avvicini il tuo naso al mio, sento il tuo profumo – mi è mancato –, mentre stai per baciarmi allunghi una mano dietro di me… prendi un po’ d’acqua dalla fontana e me la versi in testa.
«Non lo so se ti perdono per il ritardo…».
Esco dalla mia sorpresa e tu sei già sul marciapiede di fonte che mi fai una linguaccia.
E così riprendiamo a fare ciò che facciamo sempre: rincorrerci.

Mentre la pioggerella francese continua a fare da scenografia alle trame di altri racconti.