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Le luci che restano accese di notte

1 Set

Le notti ormai arrivano prima, ma tu non sei pronta e rimani sveglia, respirando calma; mentre tutto torna a farsi prendere dall’ansia, tu cerchi di ricordare i tempi lenti e densi.
Ti siedi sul terrazzo, guardi le stelle che si accendono poche alla volta. Da lì vedi anche la mia finestra, è illuminata, io che scrivo.
Per un lungo tempo eccoci così: tu guardi me che guardo il foglio.
Poi vado a letto.
Resta accesa una luce fuori dalla mia finestra, una di quelle luci che tutta notte vigilano sulla casa. Guardano l’immobilità. Vegliano sull’immobilità.
Si accertano che tutto scorra, che il cielo notturno ruoti.
Fotografie.
Luci che guardano luci del passato – la luce è una fotografia dal passato. Il ricordo è una luce.
E questo era ciò che stavo scrivendo: ho scritto una piccola luce che possa rimanere sempre accesa per te.

Pomeriggio da calzini e cielo desaturato

1 Nov

Non giriamoci attorno. È roba da carta appallottolata.
Che parola divertente appallottolata.
Sono foto su pellicola con poco contrasto, giubbetti slavati e berrettino. Capelli unti. Brufoli. Bottiglie di plastica colorata. Parlare. Parlare. Parlareparlare. Parlareparlarepirlare.
Una pizza fredda.
Dovrei scriverti una canzone? Scriverti una canzone sul banco. Cioè, non una canzone sul tema banco, intendo scritta proprio SUL banco, matita su legno. Però poi come te la metto nella cassetta delle lettere?
Cerco cose da dirti mentre fisso i calzini. Farti ridere o metterti una corona? Succo o birra? Personaggi giocattolo.
Hai finito con i flussi di coscienza? Scriviamoparoleacasosuimuridai. Pastelli o pennarelli?
Domande per far passare il tempo in periferia. (Quanto fa periferia il concetto di periferia?)
Te li ricordi i pomeriggi in periferia? Che i vestiti sono presi da armadi vecchi e il tempo è un campo di granoturco. Verde-basso-alto-pannocchie-dovremmoprendernequalcuna-basso-riposo.
Gli alberi ora sono rossi. Mancano i pomeriggi da calzini e cielo desaturato.
Forse basta dirti appallottolata.

I vetri delle finestre ci ricordiamo di ringraziarli?

1 Dic

Sali in macchina che sei già in ritardo la sveglia l’hai rimandata quattro volte il caffè era fondamentale ogni scusa è buona per posticipare poi il cielo è grigio fa freddo si sta così bene in casa a poltrire ufficio pensieri parole inutili caffè alla macchinetta colleghi che si lamentano di tutto un pranzo senza sapore ancora problemi da risolvere tramonta il sole anche oggi e nemmeno il tempo di mettere la punteggiatura.
Un giallo nel quale preferisci non cercare il colpevole.

Ti senti come un’isola.
Sospiri guardando l’orizzonte.
Ma ricordati che attorno c’è il mare, e il mare è una presenza piena di vita.

Un vinile che gira placido, una puntina che lo accarezza; la loro danza si trasforma in atmosfera per tutti.
Su un tavolino di legno c’è un libro da annusare.
Un rullino ritrovato: sogni in bianco e nero, attimi di luce perpetua. Affreschi di quotidianità. Fotografie che arrivano per parlarti di ciò che eri e volevi essere.
I vetri delle finestre ci ricordiamo di ringraziarli?

Musica di oggi che parla dei colori di ieri

1 Set

Capitano vecchie fotografie stampate da pellicola, colori sbiaditi, macchie di luce, un periodo in cui si vedeva sempre con una nebbia e senza colori vivaci. Era così la nostra percezione? Perché avevo quei capelli?
I nostri viaggi, le nostre carezze, le nostre voci che si vogliono bene e costruiscono insieme. Dov’è tutto questo? Ti sono arrivati quei messaggi che non ti ho mai spedito?
Oggi sono talmente lontano da ciò che ero… Se solo io fossi laggiù ora… quanti schiaffi mi darei.
Le bibite erano più fresche e gli ombrelloni meno tristi al tramonto. Com’erano belle le cene con le lucciole e i viaggi in macchina, attraverso colori e parole. In quale cassetto ho messo quella mia energia?
Prendiamo una bella cornice, anzi, facciamola noi, e rendiamo quel passato un presente migliore per il nostro futuro. Senza perdere tempo. Senza perdere te. Senza perdere noi.

Polaroid

1 Dic

Qui stai passeggiando sotto la pioggia, nel parco. Bianco e nero.
Qui stai ascoltando un vinile. Jazz.
Qui stai stendendo un lenzuolo bianco per proiettarci sopra un vecchio film.
Qui stai scrivendo con la macchina da scrivere. Trasportata dal suono dei tasti e dalle fantasie fuori dalle finestre.
Qui stai provando a disegnare.
Qui stai leggendo una cosa buffa e sorridi.
Qui stai leggendo.
Qui stai sorridendo.
Qui stai mangiando una cosa che ti piace.
Qui sei sorpresa. Con gli occhi luminosi.
Qui stai saltellando.
Qui stai passeggiando in un museo.
Qui stai pensando, socchiudendo gli occhi.
Qui stai guardando in su.
Qui stai riposando.
Qui sei tu.

Ho scattato tutte queste fotografie dei momenti in cui ti darei un bacio.

l’età dei cassetti

1 Ott

Lascia perdere le corse e le chat, molla tutto e vieni qui.
Appoggia i talloni sulla coperta, lascia riposare i denti e ascolta il pianoforte.
Vorrei raccontarti una storia che parla dell’età dei cassetti.
I ricordi, una vita che scorre: il colore delle fotografie e quello delle pagine dei libri.
Le espressioni delle case.
Lettere in cui viaggiare con la penna sulla carta.
Tutte quelle robe lì.
Ce ne ricorderemo sempre dopo. La musica del tempo.
Pennellate di un campo di grano. Giallo estate o giallo autunno?
Vorrei scriverti tante parole, ma continuo a cancellarle, perché ne basta una: respira.
Correre per scelta, non per i capelli bianchi.
Tutti tornano, ma tu non fuggire. Riempiamo i cassetti con una favola da raccontare.
Facciamolo insieme:

 

parlami d’amore Mariù

4 Apr

Un tempo che non abbiamo mai vissuto. Se non nelle rovinate foto dei nostri nonni, in una semplice Italia.
Sembra incredibile, eppure i colori ci sono, non è tutto in bianco e nero.
La primavera germoglia sulle sponde del Tevere. Il baretto ha messo i tavoli fuori, sotto le piante.
Gli anziani si fanno un grappino e giocano a carte.
In famiglia siamo tanti, e i soldi non sono molti, ma voglio fare bella figura con te: ho messo la giacca elegante di papà; mi sta larga, e ha le spalle più grandi delle mie, che sono magrolino. Ho colto anche qualche fiorellino da un prato, perché mi hanno detto che quando ci si incontra con le ragazze si usa così.
Sono un po’ agitato, e giustifico a me stesso il sudore dando la colpa al sole che fa capolino tra le foglie.
Si alza un piccolo venticello, una carta da gioco cade dal tavolino, la seguo nel suo rotolare, fino a quando incontra delle scarpette azzurre. Il mio sguardo allora abbandona la carta in favore di caviglie sottili, un’ampia gonna a fiorellini, delle mani attente, un golfino leggero, delle spalle timide, un collo candido e un sorriso per me.
Il cuore fa un salto.
Per un attimo parlano solo le foglie e la luce.
Mi vedi che cerco di abbozzare un sorriso il più naturale possibile, poi metto insieme dei passi fino ad arrivare a te, e davanti al tuo viso spunta un mazzetto di fiori di campo. Sono colorati e profumano di sincerità. Li prendi e mi dai un bacio sulla guancia.
È il nostro primo appuntamento.
Ce ne saranno altri?
Chi se ne frega: oggi ti sono vicino, perché sospirar?
Ti prendo per mano e ti porto dentro al locale, dove è fresco e ancora più lento.
Faccio come se io sapessi quel che sto facendo e ordino due bicchieri per noi.
Intanto qualcuno accende la radio. La musica accarezza le orecchie di tutti noi al bar, colorandoci il pomeriggio, a ognuno con colori diversi. La voce che canta la riconosco: è quell’attore del cinematografo…
Senza rendermene conto ti sto stringendo la mano, e l’altra arriva alla tua schiena. Le nostre gambe si lasciano andare al ritmo del pianoforte.
Ora sorridiamo con naturalezza.
Mi faccio coraggio e incrocio il tuo sguardo, che è così vicino: gli occhi tuoi belli brillano.

 

Ora sono passati tanti anni.
Le mie spalle sono cresciute e riempiono le giacche.
Quei signori hanno smesso di giocare a carte.
Quel bar ha probabilmente chiuso.
Ma a me piace ancora mettere su quel disco, prendere la tua mano e ballare con te, sorridendoci: non era un’illusione, e sul tuo cuor mi hai permesso di non soffrire più.