Archivio | marzo, 2011

frecce

28 Mar

Cinguettii.
Apri gli occhi. Piano. Con diffidenza permetti alla luce di varcare le tue palpebre. Ruoti gli occhi, non riconoscendo la stanza in cui ti sei svegliata. “Ah già, sono qui”, ricordi. Resti ferma ancora un poco, mettendoti alla prova: no, non ti addormenti più; bene, è ora di alzarsi.
Allunghi la mano, verso quel cuscino che dovrebbe ospitare la mia testa… E invece incontri della carta. Le tue sopracciglia sono sorprese. Afferri il foglietto, c’è scritto qualcosa: “Buongiorno! Segui la freccia!”.
Il tuo naso sorride.
Ti metti a sedere fra le lenzuola, e trovi un altro biglietto sul letto, una freccia; indica la porta chiusa. Fissando la freccia ti alzi, ipnotizzata dalla curiosità, vai verso la porta. Sulla maniglia c’è un altro foglietto: “Dai, apri la porta!”.
Afferri la maniglia, apri.
A terra c’è un’altra freccia, indica il corridoio. Lo percorri, e a terra ci sono altre frecce, che ti portano al bagno. Sul lavandino un’altra scritta: “Chennedici di lavarti i denti?”. “…e certo…”, pensi tu, e vai ad afferrare il tuo spazzolino, ma al suo posto biglietto: “Torno subito”.
Alzi lo sguardo disarmata verso lo specchio, e anche lì: “Ehi, ma che bella ragazza che c’è qui riflessa!”.
Esci dal bagno, alla ricerca del tuo spazzolino, e in corridoio le frecce hanno cambiato direzione. Accanto alla prima: “Non vorrai smettere di seguirci?!”.
Segui la nuova rotta. Ti avvicini al salotto, la luce si promette più forte attraverso le grandi finestre; ti fai coraggio, svolti l’angolo e affronti la luminosità. Ti abitui al sole, ed eccomi lì, seduto sul divano, occhi chiusi.
Qualcosa dentro di te senti che mi saluta.
Ti avvicini.
Ho qualcosa sulla bocca, ennesimo post-it: “Sì, lo voglio”.
Lo scosti per trovare le mie labbra; altro post-it: “Non vorrai mica baciarmi senza esserti lavata i denti?!”.
Lo togli; un altro: “Vabbè, dai, ma solo perché sei tu, eh!”.

Togli anche quest’ultimo.

su un prato…

21 Mar

…e ti svegli.
Ma non tipo che sei sveglia, tipo quel momento in cui smetti di sognare, torni alla realtà, ma non sei ancora del tutto qui, sei ancora dietro le tue palpebre.
E ti accorgi che la tua pelle è calda.
Schiudi le palpebre, e quella piccola fessura diventa un filo di luce. Un filo fortissimo, che però alla fine riesci a vincere ed eccoti illuminata: il sole è ancora forte in questo pomeriggio leggero.
L’erba solletica la tua pelle, e il suo profumo riempie le tue narici.
I tuoi capelli giocano con gli steli, mentre tu resti immobile; solo i tuoi occhi saltellano sui fiori mossi dal vento.
Ti immagini ape, e respiri la quiete. Le foglie ti salutano dai rami degli alberi, comprendendo il tuo sorriso.
Vuoi condividerlo; allunghi la mano, ma dove prima del tuo riposo c’ero io, ora c’è soltanto dell’erba piegata. Mi immagini: la tua testa rivolta a quella sagoma nell’erba, proprio dove, fino a poco fa, la mia testa era rivolta verso le tue guance addormentate. E, per un attimo, in qualche meandro temporale, i nostri occhi si incrociano su quel prato.
Le tue dita mi accarezzano in quel vuoto.
Mi cerchi nelle nuvole.
Mi trovi.
In quella nuvola trovi modellato proprio il mio viso. E si sta muovendo nel vento… Ma non si sta muovendo come le altre nuvole, si sta muovendo dall’alto al basso, dal cielo alla terra, quella nuvola sta scendendo verso questo prato, sta lasciando il cielo per venire da te.
…e ti svegli.
Ma non tipo che sei sveglia, tipo quel momento in cui smetti di sognare, torni alla realtà, ma non sei ancora del tutto qui, sei ancora dietro le tue palpebre.
E ti accorgi che la tua pelle è calda.
Schiudi le palpebre, e quella piccola fessura diventa un filo di luce. Un filo fortissimo, che però alla fine riesci a vincere ed eccoti illuminata: davanti a te ci sono io, e ti sto sorridendo nell’erba.

pioggerella francese

14 Mar

Sai quel montaggio che si trova unicamente nei film francesi? Oggi ci muoviamo così.

Si parte inquadrando il cielo: è bianco; delle goccioline scheggiano verso la telecamera, che ruota verso il basso, schiavandole, e vediamo così che finiscono sulla tua faccia. Stai guardando in su, con la bocca aperta in un sorriso, mentre gli occhi cercano di stare aperti sotto i colpi dell’acqua sottile (i tuoi capelli hanno già ceduto all’assedio, e disegnano arabeschi labirinti sulle tue guance).
Stai lì da un po’, accanto a dei vecchi lampioni, su quei ciotoli francesi che rispondono ai tuoi passi con suoni per te nuovi. La pioggia ti ha colta di sorpresa, sei uscita senza ombrello, solo con la macchina fotografica. Ma non te ne penti: allarghi le braccia, e ascolti le gocce con la pelle.
Ti piace la pioggia in giornate spensierate, e ti piace la pioggia nei film francesi.
Senti le persone camminare più veloci, chiuse nei loro impermeabili seriosi, e le macchine saltare nelle pozzanghere, mentre tu stai lì, ferma a guardare il cielo, che guarda ciò che bagna.
Ti piace stare ferma mentre tutti corrono, ti piace stare ferma quando dovresti correre, ti piace fare l’opposto di ciò che dovrebbe essere fatto.
E infatti stai aspettando me, che sono la persona peggiore da avere accanto…
La colonna sonora che sta suonando nella tua testa viene interrotta da un aeroplanino di carta che ti sfiora il viso. Smetti di osservare le nuvole che si inseguono e segui il suo planare sul marciapiede, a pochi passi da te; resta lì, a farsi crivellare di colpi umidi, che lo schiacciano a terra e allargano l’inchiostro della scritta che porta al suo interno: “scusa il ritardo”.
Solo ora ti viene in mente di ripercorrere la traiettoria di quel volo fino alla sua origine: un altro tizio senza ombrello, seduto ai bordi di una fontana, che ti fa ciao con la mano.
Mi saltelli incontro sui ciotoli lucidi, sorridendomi.
Le mie labbra rispondono alle tue.
Avvicini il tuo naso al mio, sento il tuo profumo – mi è mancato –, mentre stai per baciarmi allunghi una mano dietro di me… prendi un po’ d’acqua dalla fontana e me la versi in testa.
«Non lo so se ti perdono per il ritardo…».
Esco dalla mia sorpresa e tu sei già sul marciapiede di fonte che mi fai una linguaccia.
E così riprendiamo a fare ciò che facciamo sempre: rincorrerci.

Mentre la pioggerella francese continua a fare da scenografia alle trame di altri racconti.

mi piace immaginarti mentre ti addormenti al suono della mia chitarra…

5 Mar

Oggi siamo alle Hawaii.
Tu su un’amaca, io su uno sgabellino in legno (che in realtà non è uno sgabellino, ma io mi ci siedo sopra).
Un piccolo tavolino con bevande che ci hanno consolato…
Siamo in una piccola veranda, le grandi foglie ci fanno da cornice… Davanti a noi l’oceano, con una piccola barchetta, vicino alla riva.
Tu dondoli piano, dandoti una piccola spinta col piede a intervalli radi dettati dal quandotiricordi. io ho una chitarra piccola, anzi, un ukulele. Non lo so suonare, quindi cerco dei suoni che ti porto in dono. e invento delle melodie per noi – anche con qualche suono della voce.
C’è qualche candela, piccola, sul tavolino e per la veranda. Non sono molte, e presto si consumano lasciandoci alle stelle.
al mare.
e a una musica che non esiste, e di cui inventiamo le regole e le armonie.

Non ho altri pensieri che le tue guance che si addormentano.
Non hai altri pensieri che il non fare incastrare le dita dei tuoi piedi nella rete dell’amaca.

e inventiamo nomi per le stelle